Recensioni

E’ stata recensita in diversi volumi delle edizioni Mondadori, sul “Governo delle cose” di Firenze e sul quotidiano “ il Piccolo”, sul Dizionario degli Artisti Giuliani Ed. Hammerle 2009 e altre riviste del settore. Hanno scritto di lei  D. Mugittu, S. Ruju, M. Accerboni , C. H. Martelli, B. Palomba, A. Di Prè, E. Santese.

 

Nella pittura di Donatella Bartoli non è difficile riconoscere una linea ideale di continuità tra sogno e immagine, una linea di amore, che richiama il ricordo delle ore felici, rivissuti nella trasfigurazione dell’arte per rappresentare graficamente e coloristicamente ideali e sentimenti che si esprimono nelle opere pittoriche e si fanno poesia. Appare quanto mai positiva la sua ricerca espressiva, che non nasce esclusivamente da studi vasariani o da una attenzione alla cultura ottocento-novecentesca di impronta nietschiana, quanto invece da un percorso attento alle forme e ai colori e alla considerazione del travaglio del pensiero filosofico del nostro tempo.

Prof. Salvatore Ruju

 

La figurazione di Donatella Bartoli contiene nel suo nucleo generatore la memoria di una realtà riconoscibile, ma si sviluppa secondo moduli compositivi che trascendono il paesaggio, adottandone alcuni suoi elementi che poi funzionano da traccia grafica della pittura. In tal modo le presenze vegetali, le linee morfologiche  del territorio (il Carsosopratutto), le rocce calcaree che digradano verso il mare, l’andamento della costa, l’orizzonte, impegnano l’autrice in un fraseggio di segmenti, qualche volta prodotti anche con il rovescio del pennello e quindi incisi, che costituiscono la nervatura dell’immagine. 

Enzo Santese

 

A volte bastano pochi tratti di una fisionomia, poche parole per delineare un carattere, un modo di essere, per individuare un’identità fino ad allora sconosciuta. In arte dovrebbe essere sempre così. Una pennellata, una scelta di colore, un tratto, una sfumatura dovrebbero consentirel’identificazione di un Artista senza possibilità d’equivoco. Ogni quadro, ogni Opera come ritratto del suo Autore, quasi un documento d’identità inoppugnabile e certificante. Se quello di cui stò parlando è la riconoscibilità di un Artista, è il miglior connotato di chi fa Arte; la possibilità di essere riconosciuto senza possibilità di errore, senza timore di essere confuso con il tale, di ricordare un po’ troppo il talaltro, Donatella Bartoli è il riconoscibile. Ha questa fortuna, anzi, ha sviluppato questa capacità elaborando un codice di segni, forme e colori sempre personali e capaci di far riconoscere una sua opera al primo sguardo. I suoi personaggi, le sue ambientazioni, siano esse rocce o paesaggi boschivi, hanno impressa l’identità che proviene loro dalla personalità peculiare di quest’artista che ha il vigore di un pittore consumato e il sorriso e la dolcezza di una bimba.

Beppe Palomba

 

Nei dipinti della Bartoli risaltano tinte marcate, il rosso del sommaco, il blu del mare, le numerose varianti cromatiche della vegetazione carsica, ma su tutte le tonalità prevale un “non colore”, ossia quell’indefinito bianco del calcare che paradossalmente di volta in volta tende al grigio, all’azzurro, al verde quasi a identificare diversi stati d’animo.

Daniela Mugittu

 

La mostra propone una rivisitazione sintetica ed essenziale, a volte quasi graffiante, del Carso. Quest’ultimo viene visualizzato, attraverso un cromatismo vivace e segnico e secondo un’iconografia diversa da quella tradizionale, offrendoci un’interpretazione efficace della natura del nostro altipiano. Tale tipo di rappresentazione testimonia di conseguenza una riflessione sul carattere sostanzialmente schivo dei triestini. Per dirla con Saba “Trieste ha una scontrosa/grazia. Se piace,/ è come un ragazzaccio, aspro e vorace,/ con gli occhi azzurri e mani troppo grandi/ per regalare un fiore, come un amore/ con gelosia”.

Marianna Accerboni